Direttori generali come l’Araba fenice, tra tagli veri, presunti ed auspicati

Inserito il 17/02/2010 08:45 da Luigi Oliveri
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Inutile chiedere coerenza al nostro legislatore. Se esso agisse all’interno di una campana di vetro, totalmente estraneo alle pressioni esterne delle lobby o, comunque, intento a formare l’indirizzo politico, piuttosto che assecondare “la piazza”, probabilmente si mostrerebbe molto più risoluto e determinato nelle sue scelte. Così, però, non è.
Saranno i continui appuntamenti elettorali, oppure la forte contrapposizione tra poli in perenne competizione anche ad urne chiuse. Sta di fatto che manca la serenità per produrre e manifestare un indirizzo politico fermo e chiaro.
La vicenda dei tagli alle spese dei comuni e la ricerca di risparmi sulle spese correnti ne costituiscono un esempio eclatante.
Approvata una legge finanziaria che ha introdotto una graduale eliminazione (ma solo per meno della metà degli enti locali) di spese legate a figure e soggetti di non acclarata utilità (difensori civici, direttori generali, circoscrizioni di decentramento, consorzi di funzione), 13 giorni dopo ne sono stati rinviati alcuni effetti al 2011, con il d.l. 2/2010. Tuttavia, in una spirale continua di ripensamenti, nel disegno di legge di conversione del decreto fioccano emendamenti  posti a limare e rivedere i tagli.
Tra questi, spicca l’intenzione di tagliare, sì, i direttori generali, ma solo per i comuni (le province continuerebbero a rimanere fuori) con popolazione inferiore ai 100.000 abitanti. Che, peraltro, hanno fatto ricorso con molta minore frequenza ai direttori esterni, rispetto agli enti di minori dimensioni.
È, quasi, l’autocertificazione che l’associazione dei direttori generali esterni, per quanto formata da poche centinaia di componenti, è molto forte ed ascoltata. In primo luogo dai sindaci, ma anche dallo stesso Ministro Calderoli, che più di una volta ha fatto marcia a zig-zag in merito al taglio o alla completa eliminazione della figura del direttore generale negli enti locali.
Per i sindaci è un richiamo irresistibile la possibilità di poter cooptare qualche funzionario o dirigente senza concorsi, seguendo quella “via fiduciaria” che tanto si confà alla volontà politica, quanto si pone in assoluto contrasto alla Costituzione, come ha affermato nuovamente la Consulta con la recente sentenza 34/2010. D’altra parte, tantissime volte il direttore generale ha avuto connotazioni strettamente politiche, un vero e proprio assessore aggiunto o, comunque, una figura politica vera e propria: il caso del Comune di Milano insegna.
Nell’economia del dibattito (se così lo si vuol definire) sulla necessità o meno del permanere della figura del direttore generale, l’insieme degli eventi non depone certo a favore. Il legislatore, col suo agire, dimostra in ogni caso di non credere nella figura e nella sua funzione. Se così non fosse non penserebbe, in modo non del tutto risoluto, a relegarlo solo nei comuni di notevoli dimensioni. Tuttavia, è proprio in quelle sedi che il direttore generale assume la specifica connotazione politica richiesta.
Ma, si pone una domanda. La legge 191/2009, così come il d.l. 2/2010 individuano la “soppressione” (si immaginano dei cecchini sul tetto dei comuni, mentre freddano l’incauto direttore generale che cerca di varcare la soglia della sede…) della figura come misura necessaria ed obbligatoria, per contenere le spese, a fronte dei tagli al contributo ordinario dello Stato. Dunque, ci si deve chiedere perché il comune con 99.999 abitanti deve sopprimere il direttore generale, mentre quello con un solo abitante in più dispone del “bonus”, cioè la possibilità di tenerselo stretto. E, ancora, ci si deve chiedere allora verso quali altri target il comune di 100.000 abitanti deve indirizzare il suo obbligo di risparmio, scaturente dalla riduzione della fonte d’entrata.
Si fanno salvi i direttori generali dei maxi enti. Ma, nel contempo, si prevedono ancora tagli del 10% sul personale delle amministrazioni pubbliche, in questo caso statali. È il decreto milleproroghe (forse sarebbe corretto chiamarlo milleripensamenti) a puntare su questa fonte di risparmio. Anche in questo caso, il messaggio che giunge non è dei più confortanti. Si lasciano in piedi i “generali”, ma si tagliano le “truppe”. In un quadro nel quale le misure di contenimento delle spese di personale cominciano a far vedere in modo concreto i loro effetti. Che sono variamente distorsivi e clamorosi. Solo ora che molti enti, anche di grandi dimensioni, si trovano davvero di fronte ad impossibilità di assumere ci si accorge concretamente che  cosa significhino blocchi o tagli indiscriminati al personale. Negli ospedali, non si sostituiscono i medici. All’Inps non si compie il turn-over degli addetti agli sportelli o dei contabili, coloro che attivano l’erogazione dei trattamenti di cassa integrazione ed altri ammortizzatori sociali, proprio in un periodo di particolare crisi come questo; nelle scuole degli enti locali non è possibile procedere alle supplenze: e si tratta delle scuole più delicate dal punto di vista della funzione sociale, essendo le materne e gli asili nido.
Insomma, si va ad incidere direttamente sui servizi alle persone, generalmente resi a loro volta da persone, lavoratori come medici, infermieri, assistenti didattici, docenti, addetti allo sportello, non surrogabili da computer o non ancora inventati robot.
Viene da chiedersi come un direttore generale di un comune con più di 100.000 abitanti possa rimediare al blocco delle assunzioni in cui sia incorso l’ente per assicurare la supplenza negli asili nido. L’unica cosa che possa invocare è la “managerialità”, la necessità comunque di “garantire il risultato” e, dunque, con l’inevitabile supporto del sindaco, indicare di assumere lo stesso. Violando, così la legge.
Insomma, si fanno salvi strumenti organizzativi generali, peraltro contrastanti con le logiche di decentramento della funzione dirigenziale previste dalla riforma “Brunetta”, in un contesto normativo nel quale detti strumenti più di prima rischiano di essere alla base di comportamenti elusivi o di violazione delle norme.
In tempi di giusto ed inevitabile richiamo al risparmio, non si capisce la coerenza tra tagli di personale anche dirigenziale in percentuali molto rilevanti, e la salvaguardia di rendite di posizione, incarichi di direzione generale nei quali lo stesso legislatore mostra di non credere.
Vedremo, a conclusione del processo di conversione del d.l. 2/2010, se i direttori generali degli enti di grandi dimensioni risorgeranno dalle loro ceneri, come l’Araba fenice.
Certo, si deve sottolineare che, in parte, molti dei ragionamenti riferiti ai tagli agli enti locali sono solo virtuali. In effetti, l’unica cosa che appare certa è il taglio di parte del contributo ordinario, per il 2010, sempre che il decreto ministeriale attuativo venga veramente mai adottato. Le soppressioni delle varie figure sarebbero comunque avvenute nel 2011. È chiaro che fino al nuovo anno, tra nuove leggi finanziarie o di contenimento della spesa pubblica ed il fantasma della Carta delle autonomie che potrebbe finalmente materializzarsi non in carne e ossa, ma carta e inchiostro, vi sarà ancora tempo per dire e disdire 100 altre volte in merito.
Tuttavia, resta ferma un’altra domanda. Perché dovrebbero subire in egual misura i tagli di cui al combinato disposto della legge 191/2009 e del d.l. 2/2010 enti che hanno attivato circoscrizioni di decentramento, difensore civico, direttore generale e consorzi di funzioni, così come enti che non abbiano per nulla fatto ricorso a tali istituti?

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